Strategia della motivazione

STRATEGIA DELLA MOTIVAZIONE - Parte I

Spesso i nostri giudizi sugli altri e su noi stessi identificano ciò che sembra essere una lacuna fondamentale, un'apparente carenza di volontà da parte dell'individuo: la mancanza di motivazione. Il desiderio di cambiare se stessi, o di aiutare l'altro a cambiare, attraverso l'apprendimento di nuovi saperi o tecniche, cozza contro alcune resistenze. Gli insegnanti rimangono talvolta delusi nel vedere i propri allievi ristagnare, mentre sentono di dare il meglio di sé.
Alcuni atleti desiderosi di migliorare le proprie performance non possono che constatare il fallimento degli sforzi che compiono per progredire. I genitori si preoccupano nel vedere il figlio disinteressarsi della scuola. In molti campi (sportivo, professionale, sentimentale…) constatiamo spesso, e con amarezza, la nostra mancanza di motivazione nel compiere un compito.
Cosa genera questa mancanza di motivazione? Si può considerare che le persone non motivate sono incapaci "per natura"? L'altro (o me stesso), colui che fallisce, è portatore del "gene" del fallimento"? Al fine di comprendere meglio ciò che ci preoccupa, sarebbe più corretto parlare di mancanza di metodo piuttosto che di mancanza di motivazione. Perché, come vedremo, il metodo crea la motivazione. Coloro che agiscono con successo hanno elaborato, coscientemente o meno, un metodo efficace. Bisogna infatti stabilire una strategia per ogni tentativo di miglioramento in un ambito della nostra esistenza che riveste per noi una certa importanza.

Ma come stabilire una strategia efficace? Come fare in modo di "tenere duro", rimanere motivati di fronte alle difficoltà, alla noia? Cosa fa sì che un insegnamento porti rapidamente i suoi frutti o fallisca, faticando a far progredire gli allievi? Il testo che segue si propone di approfondire la nostra riflessione attraverso l'esame di un caso particolare: il desiderio di migliorare le proprie capacità atletiche attraverso la muscolazione.

1 - La resistenza al cambiamento
La psicologia ha preso in prestito alla biologia il termine "omeostasi" per designare la tendenza naturale di ogni essere vivente a voler raggiungere un equilibrio e cercare, in ogni modo, di mantenerlo. Cerchiamo costantemente di regolarci, di conservare un equilibrio selezionando informazioni che ci soddisfano e rigettando o modificando quelle che potrebbe mettere a repentaglio l'equilibrio raggiunto. Ciascuno, ovviamente, è più o meno flessibile, più o meno capace di accettare nuove informazioni (dati intellettivi o materiali, ambientali) senza rischiare di perdere il proprio equilibrio, senza rischiare di sentirsi angosciato. Il rigetto a prescindere di informazioni apparentemente destabilizzanti può essere chiamato "resistenza al cambiamento".
Non è di per sé un difetto, una tara che affligge soltanto alcuni individui pusillanimi, ma una conseguenza della nostra condizione di animali evoluti: passiamo anni a costruire una sembianza di ordine a partire dal caos che ci offre il mondo. E a questo mondo conferiamo una forma, una sistematizzazione. Ci costruiamo un'immagine stabile del mondo, basata su certezze inverificabili, assiomi talvolta imposti agli altri, scale di valori soggettive per sentirci a nostro agio, per ridurre la nostra angoscia di fronte al caso e alla necessità. Ma ogni nuovo apprendimento, nell'esplorare un universo sconosciuto, richiede di rimettere in discussione l'immagine che si ha di se stessi e del mondo.
Una nuova pratica, all'inizio semplice divertimento, diventa presto un'esigenza, quella di spingere più in là i propri limiti, fino ad ottenere il risultato desiderato. Quando l'apprendimento è breve, l'angoscia è debole: i limiti non vengono spinti più in là e il divertimento (piacere) ottenuto è una compensazione che sopraggiunge rapidamente. Il periodo di stress è breve e perciò accettabile. Ma quando bisogna, per certe attività come la muscolazione, rimettersi in discussione ad ogni allenamento, la perdita dei punti di riferimento può insediarsi in noi in modo permanente. La sensazione di controllo si attenua o svanisce: il che genera talvolta un'angoscia insopportabile (benché spesso inconsapevole) e nel migliore dei casi inizia il ristagno (non spingiamo più in là i propri limiti); nella peggiore delle ipotesi, l'allenamento cessa. L'angoscia nasce quando ci ritroviamo in una situazione che ci sfugge e la cui gestione (riprendere il controllo) richiede nuovi e lunghi periodi di apprendimento, in altre parole: quando la soluzione appare lontana, incerta e raggiungibile solo a prezzo di grandi sforzi. Per ognuno di noi è molto difficile accettare di rimanere in una situazione di squilibrio durante un periodo di tempo indeterminato. L'idea di una costante instabilità entra in conflitto con il nostro bisogno di certezze. Al praticante di muscolazione vengono solitamente fornite le basi: le diverse tecniche e un programma "principiante". In seguito, tocca a lui diventare l'allenatore di se stesso, improvvisarsi "ricercatore". Deve allora far fronte all'incertezza riguardo la propria modificazione corporea. Non starà per fare tanti sforzi per niente? Questa domanda inizia presto ad assillarlo, appena i risultati tardano ad arrivare. Un regolare sforzo fisico senza prospettive chiare (vanno ridefinite ad ogni allenamento) genera presto angoscia e, logicamente, un rapido calo della motivazione.
Quanti praticanti conservano la loro motivazione dopo qualche mese? Quanti ottengono veri risultati? Per lottare contro la "mancanza di motivazione" viene proposto il "training mentale". In altre parole, non solo il praticante deve consacrare lunghe ore a sollevare pesi e analizzare il proprio allenamento per provare a determinare la direzione da seguire (quali tecniche, quali esercizi per la prossima volta?), in più di questo deve passare tempo a rigonfiare la propria motivazione, che ha la spiacevole tendenza di stancarsi prima dei muscoli.

Abbiamo quindi tre sforzi importanti da mantenere:
- l'allenamento fisico;
- la ricerca del migliore allenamento da venire (dopo ogni seduta);
- l'allenamento mentale. Gestire così tanti parametri senza certezze scoraggia spesso le volontà migliori.

Ciò perturba l'omeostasi ed accentua la resistenza al cambiamento. Un sovraccarico nell'apprendimento porta di solito ad una mancanza di motivazione che rischia, col tempo, di aggravarsi. Rimane da determinare, per ogni allievo,  il limite massimo in cui il carico accettabile diventa sovraccarico e dove ha la sensazione di non controllare più la situazione; e che non riuscirà più a controllarla in futuro.

2 - La sensazione di controllo

"Possiamo enunciare brevemente alcuni fatti che dimostrano, in modo chiaro e convergente, che è proprio il fine da raggiungere a definire la funzione che il comportamento - mezzo di azione - deve assumere, e a determinare così la scelta e l'attuazione effettiva della strategia appropriata. Bisogna innanzitutto segnalare che, quando il cervello programma una sequenza comportamentale, ha già elaborato una 'immagine' dell'obiettivo da raggiungere; anticipa gli effetti dei movimenti da lui programmati e prepara le vie sensoriali a registrare i risultati che da questo comportamento si attendono. Si possono così registrare nel cervello delle attività neuronali strettamente legate ad una determinata attesa, o alla registrazione del soddisfacimento, o al contrario del mancato soddisfacimento, di tale attesa. Inoltre, l'attivazione dei meccanismi cerebrali - di fronte ad una determinata situazione - dipende dal 'sapere' che il cervello individuale possiede già - o non ancora - per far fronte a questa situazione in maniera efficace. Man mano che il cervello acquisisce una strategia, di cui verifica lui stesso l'efficienza, la risposta umorale complessa di fronte a questa situazione cambia radicalmente. Al contrario, modificazioni umorali di natura altra si instaurano allorché l'individuo si sente incapace di far fronte alla situazione in modo efficace ('resignazione appresa' : learned helplessness)". Pierre KARLI (neurobiologo).

Questa citazione evidenzia l'importanza, per lo sviluppo della personalità, dell'attivazione di una strategia efficace quando ci si presenta un problema. Nel nostro caso, il problema consiste nel desiderio di migliorare le proprie capacità atletiche e, eventualmente, di modificare l'aspetto del proprio corpo. Di solito vengono proposte al praticante di muscolazione le basi e diverse tecniche: tocca a lui definire una strategia. Questo richiede quindi da parte sua un impegno personale molto importante nella ricerca di soluzioni efficaci che gli si addicano perfettamente. Senza dimenticare che queste soluzioni vanno riviste costantemente perché il corpo si adatta. L'aspirante praticante deve improvvisarsi "ricercatore". A meno che non sia ipermotivato, il praticante si stancherà molto presto se non trova (come per incanto) sin dall'inizio la soluzione adeguata. Finirà per accettare la propria sconfitta e in lui si installerà definitivamente la frustrazione.
Dal momento che il corpo è molto importante nella nostra società (apparenza e efficienza), tale sconfitta non è "piccola" e le modificazioni umorali (legate al sistema ormonale) non tarderanno a presentarsi. È ciò che Pierre KARLI chiama la "resignazione appresa", che ha quindi un'incidenza negativa sul funzionamento (la salute) del nostro corpo. A furia di fallire, si finisce per non sapere fare altro che fallire. Ogni allenatore, qualunque sia la disciplina, otterrà risultati ben migliori se propone un allenamento progressivo, in altre parole: una strategia efficace, rigorosamente adattata ai bisogni di ogni individuo. Il praticante si trasforma allora rapidamente, ottiene un risultato visibile, in conformità con le proprie attese. Allentando progressivamente l'attenzione (l'attento controllo), l'insegnante permette al praticante di crearsi con pochissimi sforzi il proprio allenamento a partire da un allenamento generale. Si crea la propria strategia, molto facilmente. Così, il praticante incorpora nell'insieme delle sue strategie una strategia di trasformazione di sé di cui conosce il potenziale di efficienza. Consapevolmente o meno, si sente più "capace". Esercitare il proprio corpo, significa acquisire del potere su di sé e sul mondo, significa quindi guadagnare in autonomia. L'aspetto del corpo, la sua salute, non sono totalmente soggetti all'arbitrarietà della natura. Il praticante modella il proprio corpo secondo la propria volontà, cercando di mantenere razionalmente la forma e la salute così ottenute. Capisce di poter agire sul proprio corpo come può agire sul mondo, rendendosi più padrone dell'uno come dell'altro. "Occorre soffermarsi brevemente su questa nozione di 'padronanza'. Il fatto di poter controllare attraverso le proprie azioni questo o quell'aspetto del dialogo con l'ambiente, insieme alla consapevolezza che l'individuo ha di questa padronanza svolgono in effetti un ruolo importante nella preservazione dell'equilibrio mentale. Se gli si presenta la scelta, l'animale preferisce anche lui una situazione in cui possa controllare gli avvenimenti che si verificano nel suo ambiente, ad un'altra in cui questa possibilità non gli viene data. Per ottenere del cibo, quasi il 100% dei topi sceglie lo scomparto dove ha imparato ad ottenerlo premendo su una leva, invece di un altro in cui l'accesso al cibo sia libero. Quando, in un labirinto a T, dei topi devono scegliere tra un braccio in cui ricevono una scarica elettrica nel momento esatto in cui vi penetrano, e un braccio in cui questa stessa scarica viene data dopo trenta secondi, scelgono puntualmente il lato dove la scarica è legata direttamente al loro comportamento e dove dunque sono loro a determinare il momento della sua applicazione. Queste e altre osservazioni dimostrano che il significato affettivo di molte situazioni cambia per il solo fatto che queste siano controllabili.
Inoltre, l'esperienza reiterata dell'incontrollabilità di una situazione si ripercuote sull'ulteriore acquisizione di un comportamento adattato di fronte ad altre situazioni, nel senso di un deterioramento delle facoltà di apprendimento e di adattamento. Per quanto riguarda lo sviluppo cognitivo e affettivo del neonato, progressivamente si è posto l'accento non più soltanto sulla necessità di un ambiente che fornisse numerosi e variegati stimoli, ma anche sull'importanza degli stimoli che il neonato padroneggia attivamente per il fatto di attivarli con il suo stesso comportamento. A questo proposito, una serie di osservazioni sembra indicare che stimoli controllabili e controllati hanno come effetto quello di promuovere lo sviluppo delle facoltà cognitive, come anche l'esplorazione attiva dell'ambiente, creando nello stesso tempo esperienze positive sul piano affettivo". Pierre KARLI. Successo e sensazione di controllo sono legati.
L'efficienza di un metodo dipenderà quindi dalla sua capacità di integrare la sensazione di controllo e di utilizzarla come uno strumento. Occorrerà soddisfare pienamente questo bisogno naturale presente in ogni essere umano.  

3 - Costruire un metodo
La costruzione di un metodo deve avere come ambizione quella di vincere la "resistenza al cambiamento" del praticante sviluppando la "sensazione di controllo". L'esempio della muscolazione funge anche qui da asse principale intorno al quale si organizzano la nostra riflessione e le nostre proposte.

a) la resistenza al cambiamento. Come mai in una società come la nostra in cui il corpo è così importante (fondamentale mezzo di affermazione di sé e di seduzione), così poche persone varcano il traguardo della trasformazione corporea? E ancora, come mai fra quelli che passano all'azione, così pochi riescono a realizzare il proprio progetto? Cosa blocca queste persone piene di volontà che pure non esitano a compiere sforzi importano in altri ambiti? Il corpo è anche salute, energia, longevità, benessere: cosa impedisce dunque così tante persone di fare il primo passo e attenervisi?

b) la sensazione di controllo. - per realizzarsi, un bambino non deve soltanto essere stimolato ma bisogna insistere su stimoli che può egli stesso controllare; - negli esseri umani come negli animali, la sensazione di controllo è alla base dell'equilibrio psicologico. Meno un individuo ha l'impressione di controllare degli aspetti essenziali del suo ambiente e della sua relazione con il mondo, più rischia di sprofondare nella depressione. Anche per questo motivo molti individui si limitano ad una somma di esperienze e pensieri ristretta, che hanno la sensazione di controllare e si disinteressano di ciò che non possono controllare, che richiederebbe, per esserlo, nuovi apprendimenti.

Questo blocco evolutivo derivato dal bisogno naturale di controllo, necessario alla sopravvivenza dell'individuo, può essere definito "resistenza al cambiamento". La curiosità è soffocata dal bisogno di sicurezza; - la maggior parte degli individui rifiuta il cambiamento che pure desidera. Si trovano in una situazione paradossale, in cui la novità sperimentata (l'allenamento) per ottenere risultati conformi ai loro desideri li terrorizza perché sfugge al loro controllo. Per sfuggire ad una situazione paradossale (insostenibile perché in mezzo a due opposti), preferiscono cessare l'allenamento e fingere di ignorare questo fallimento; Modificare le proprie attitudini fisiche, significa cambiare la propria mente, perché mente e corpo sono strettamente interconnessi. Non si può conservare la stessa mente con un corpo diverso. Chi si allena regolarmente acquisisce volontà, un altro guardo su se stesso e sugli altri. Le modificazioni delle nostre capacità fisiche producono modificazioni psicologiche, e l'aspirante praticante lo percepisce. È anche ciò che gli fa paura. Diventerà un altro mentre è abituato alla persona che è al momento.

Per ottenere una sensazione di controllo che permetta all'individuo di accettare il proprio cambiamento, bisogna collegare azioni e controllo. Questo può sembrare ovvio una volta spiegato, ma la maggior parte della gente non ci pensa mai, altrimenti vivremmo in una società più dinamica. Per uscire da una situazione " di scoraggiante", svalorizzante, generatrice di sofferenza, o per migliorare le performance del corpo, bisogna instaurare una strategia progressiva in cui si accetti di fare ogni giorno soltanto ciò che rientra nelle proprie possibilità. Nel Costruttivismo, ciò si chiama "la politica dei piccoli passi". Non bisogna puntare ad un cambiamento immediato e radicale, quanto piuttosto ad uno sforzo rinnovato e controllabile. Ognuno deve predisporre degli strumenti di controllo basati su criteri definiti con rigore. Bisogna agire per cambiare ma ciò avviene soltanto progressivamente, con l'aiuto di strumenti di controllo adeguati. c) vincere la "resistenza al cambiamento" sviluppando la "sensazione di controllo" - il successo in muscolazione come in altri campi dipende meno dalle tecniche impiegate che da questioni motivazionali.
Solitamente, si propone di trattare la motivazione parallelamente all'allenamento. Si tratta di allenare la propria volontà per trarre il maggior vantaggio dalle tecniche proposte. Bisogna pensare che, al contrario, in ogni metodo, le tecniche devono essere subordinate all'elaborazione della motivazione. È la stessa costruzione del metodo (del corso) che deve generare la motivazione. Per vincere la resistenza al cambiamento, il praticante deve essere sufficientemente motivato da osare prendere il rischio di lanciarsi verso l'ignoto facendo uno sforzo regolare.
La motivazione trasforma il cambiamento esotico (ci si allena qualche volta e si lascia perdere) in volontà di perseverare negli sforzi. La motivazione sarà tanto più forte quanto più importante sarà la sensazione di controllo. - ogni costruzione di metodo dovrà essere realizzata allo scopo di generare costantemente una sensazione di controllo importante in chi la seguirà.

Conclusione: Il cambiamento esige una motivazione, che sia intrinseca o estrinseca, una forza che produce il movimento, lo slancio verso un altro sé. Il desiderio non basta per uscire da una condizione anatomica, sociale o psicologica insoddisfacente. La motivazione rende il praticante capace di navigare da una tecnica all'altra, di percepire i limiti del proprio allenamento e rimediarvi. La motivazione non è una forza addormentata, meramente potenziale, un semplice desiderio, ma una forza attiva, che agisce continuamente sui fatti. Per creare e mantenere la motivazione, bisogna saper costruire un metodo che permetta ad ogni utilizzatore una progressione costante, superando gli ostacoli alla progressione grazie all'utilizzo razionale delle tecniche strutturate per elaborare la motivazione.
Questo metodo sarà costituito da strumenti capaci di modificare il comportamento del praticante instaurando una nuova immagine di sé e compensando l'angoscia legata all'esplorazione di nuovi territori dall'apparenza aleatoria. Si tratta di fornire  soddisfazioni al praticante attraverso un rapido successo strutturato grazie a strumenti di controllo molto precisi che lo informino su ogni progresso. Ecco ciò che può dargli fiducia in se stesso, più sicurezza e autonomia. Il ruolo dell'insegnante, qualunque sia la disciplina, è quello di dare al praticante la sensazione di avere potere. Deve creare le condizioni perché questa sensazione si sviluppi in ogni praticante. Essere partner di allenamento significa anche essere capace di assumere la funzione di insegnante nei confronti dell'altro. Insegnare significa cercare di capire il funzionamento dell'altro, di capire come impara, come percepisce un esercizio o una tecnica, come percepisce l'obiettivo di un corso. Bisogna dunque parlare e ascoltare. Ovviamente, sarà sempre l'azione a produrre cambiamenti, ma la parola è qui per guidare l'azione, per produrre l'azione giusta tentando di generare la sensazione di controllo dell'allievo. Un allievo che si presenta volontariamente ad un corso cerca sempre di ottenere una padronanza, di guadagnare sicurezza. L'errore sarebbe allora di metterlo in una situazione per lui troppo difficile da gestire, generando angoscia invece della sicurezza ricercata.
Queste conclusioni possono essere applicate ad ogni ambito di nostro interesse per generarvi il successo.

STRATEGIA DELLA MOTIVAZIONE - Parte II - Lottare contro l'Entropia
Il nostro primo articolo cerca di evidenziare i rapporti esistenti tra motivazione e metodo. Dalla nostra analisi emergeva che la creazione di un metodo efficace richiedeva di prendere come fondamento la volontà di vincere la resistenza al cambiamento sviluppando la sensazione di controllo. La nozione di metodo è diversa da quella di strategia. Non bisogna confondere i due termini. Dopo averli definiti, proporremo, esaminando il concetto di entropia, una riflessione sul concetto di "strategia individuale". Questa riflessione non sarà abbastanza profonda senza aver capito le nozioni precedentemente illustrate di omeostasi, resistenza al cambiamento e sensazione di controllo. Per rendersi conto dell'enorme portata di una tale riflessione, potrebbe rivelarsi utile una previa rilettura dell'articolo precedente (Breve analisi dei rapporti tra motivazione e metodo).

Cominciamo col definire metodo e strategia per poterli differenziare. Metodo: insieme ordinato in maniera logica di principi, regole, tappe tali da permettere di raggiungere un risultato. Strategia: arte di coordinare le azioni, di manovrare con abilità per raggiungere uno scopo. La strategia non può essere ridotta ad un metodo, è un atteggiamento, una forma di pensiero. Essa supera la nozione di metodo per il fatto di non voler essere unicamente razionale, analitica e sequenziale: ammette anche una parte di intuizione, di flessibilità rispetto a delle regole di base che bisogna saper rivisitare o relativizzare per poterle dominare nell'inseguire un obiettivo che, quanto a lui, rimane fisso. La strategia è l'arte di utilizzare uno o più metodi, prendendo una certa distanza rispetto a questi ultimi, appropriandosene. Un esempio banale permetterà di chiarire questo ragionamento: per imparare l'inglese, possiamo utilizzare uno o più metodi. Il nostro scopo è l'apprendimento dell'inglese. La nostra strategia sarà quella di utilizzare le regole di base: apprendimento della lingua e soggiorni linguistici. Possiamo aspettare di aver terminato il metodo per visitare l'Inghilterra. Possiamo anche andare in Inghilterra in momenti diversi del nostro apprendimento.
Possiamo imporci l'ascolto abituale di una radio anglofona, anche se all'inizio non capiamo niente. Dalla nostra maniera personale di combinare tutti questi parametri dipenderà il nostro successo. Questa combinazione mischierà intuizione e logica attraverso una costante presa di distanza critica, capace di ottimizzare tanto gli sforzi quanto i risultati.

Lo stratega è colui che, dopo l'apprendimento, passa all'appropriazione e crea la sua formula, il suo stile, che gli permetterà di raggiungere il suo scopo al di là di qualsiasi metodo. Questa formula è flessibile, adattabile in ogni momento perché conta solo l'obiettivo. Lo scopo di questo articolo, proponendosi di imparare a lottare contro l'Entropia, è quello di fare una riflessione concreta, le cui conclusioni saranno la creazione della "presa di distanza strategica/critica" con l'aiuto dell' "atteggiamento di apertura". Un'autentica strategia della motivazione investe per natura il campo della lotta contro l'entropia.

1°) l'Entropia
a) in Fisica La nozione di entropia è costitutiva del Secondo principio della termodinamica. Questo principio stipula che ogni sistema isolato ha una tendenza naturale a vedere la propria entropia aumentare col tempo. In fisica, entropia può essere tradotto come "disordine". In questo caso, il disordine significa, per un sistema, che tende verso un'omogeneizzazione dei suoi componenti, un equilibrio. Più il sistema si avvicina al proprio equilibrio, più cresce l'entropia. La natura non sembra apprezzare ciò che è disordinato. Per essere più chiari, si può dire che non le piaccia ciò che non è sistemato bene. Così, tende a pareggiare tutto, ad erodere ogni forma distinta. Progressivamente, l'equilibrio si instaura, ovvero: calma piatta. Due esempi: - se si dispone un blocco di qualunque materia, caldo, accanto ad un blocco freddo, la temperatura finirà per essere la stessa nei due blocchi. L'entropia avrà allora raggiunto il suo massimo poiché l'ordine iniziale (un blocco caldo / un blocco freddo) sarà sparito in favore di un'omogeneizzazione, di un equilibrio irreversibile: due blocchi tiepidi. - se si versa una goccia d'inchiostro in un bicchiere d'acqua trasparente, inizialmente si constata un ordine. Due elementi ben distinti coabitano nel bicchiere. Ma, dopo un certo tempo, la goccia d'inchiostro si sarà diluita nel bicchiere. Il sistema sarà allora omogeneo, l'entropia avrà raggiunto il suo massimo. L'entropia è, in un sistema isolato, irreversibile. Infatti, senza intervento esterno, è difficile immaginare che due blocchi possano spontaneamente riscaldarsi l'uno mentre l'altro, altrettanto spontaneamente, si raffredda. Lo stesso dicasi per la goccia d'inchiostro, che una volta diluita, sarà incapace di raccogliersi in un punto del bicchiere, separandosi così dal liquido in cui è stata versata e tornando allo suo stato di origine. In fisica, si afferma che l'entropia di un sistema non può ridursi da sola: è impossibile.

b) Nell'essere umano un individuo forma un sistema, una coppia forma un sistema, una famiglia forma un sistema, una società forma un sistema. Secondo Joël de Rosnay, un sistema è "un insieme di elementi in interazione dinamica organizzati in funzione di uno scopo". Questo scopo può sembrare evidente, a prescindere da qualsiasi intervento dell'osservatore. Così, il corpo umano è un sistema che sembra esistere di per sé perché chiunque può osservare che gli individui sono separati gli uni dagli altri, e separati dall'ambiente circostante. Altri sistemi sembrano meno evidenti. È il comportamento dell'osservatore che crea il sistema. È lui che collega i fenomeni e gli eventi che gli sembrano interdipendenti e li tratta come un tutt'uno. È il caso della goccia d'inchiostro nel bicchiere che forma con l'acqua circostante un sistema, come estratto dal mondo dall'osservatore. Anche la sociologia vede la società come un sistema e si impegna a scoprire e spiegare le regole che lo governano. Nessun sistema vivente può essere totalmente isolato, chiuso.
Un individuo deve essere materialmente aperto per sopravvivere. Deve mangiare, respirare, bere… in quanto essere umano, deve inoltre essere aperto spiritualmente perché sono le sue relazioni con gli altri che lo aiutano a costruirsi. Più un individuo sarà isolato, più sarà sensibile all'entropia. Può essere isolato materialmente, ma può anche esserlo socialmente, solo in mezzo agli altri. Si pensa subito alle vittime dell'ostracismo, rigettate dai propri simili. Ma fermarsi a questo caso significherebbe tralasciare l'essenziale. La ricerca di omeostasi (vedi l'articolo intitolato "breve analisi dei rapporti tra motivazione e metodo") conduce spesso ad un desiderio di isolamento in mezzo ai propri simili. Per raggiungere e mantenere un certo equilibrio, l'individuo seleziona le informazioni provenienti dal suo ambiente in funzione dei propri bisogni e delle proprie credenze. La preoccupazione di conservare la propria omeostasi lo incita a ridurre gli scambi al minimo da lui ritenuto utile. Dimentica allora che, secondo il principio di entropia, l'equilibrio ultimo è la morte. Questo perché il paradosso è che attraverso la ricerca dell'omeostasi, si desidera raggiungere uno stato di armonia, un ordine. Ma l'armonia suprema è il disordine (l'entropia)… Più si cerca (la sicurezza interiore) limitando i propri rapporti con il mondo, più si favorisce in sé l'entropia, quindi il disordine: una forma di livellamento, di impoverimento della personalità. Questo paradosso prende il nome di enantiodromia, o trasformazione di una cosa nel suo opposto. A voler ad ogni costo mantenere un certo ordine, senza apportarvi sangue nuovo, quest'ordine finirà per guastarsi. Infatti, un sistema non può mantenere il suo ordine interno senza azioni esterne, senza informazioni, senza dati nuovi e diversificati. Quando l'omeostasi tende verso un'apertura minima del sistema, la sua entropia aumenta nel senso di un crescente disadattamento ai problemi posti dall'ambiente. In parole più chiare: meno un individuo è aperto, più faticherà a gestire i problemi ogni giorno nuovi che gli si impongono.
Naturalmente, un sistema deperisce ancora più rapidamente se ne escono "informazioni" (energia intellettuale, professionale, cinetica…) mentre lui non ammette nessuna nuova informazione.
Il risultato, alla fine, è un bilancio negativo, con la distruzione (materiale o psicologica) del sistema. Dobbiamo quindi passare da una volontà primaria di equilibrio statico e mortifero ad una volontà di equilibrio dinamico, frutto di un'apertura permanente e dell'accorta gestione di quest'ultima. Se mal gestita, la resistenza al cambiamento conduce ad un'omeostasi "chiusa".

Si tratta di un atteggiamento votato all'insuccesso perché ogni immobilismo, ogni ristagno, in un mondo in perpetuo movimento, costituisce una regressione, ovvero un disadattamento sempre più marcato, come il ritorno a quell'abbozzo di sé che si è da bambini. Rimane da scoprire cosa sia l'omeostasi "aperta", quell'equilibrio dinamico fattore di progresso in tutti i campi.

2°) lottare contro l'entropia
a) informazione e libertà Quando un individuo viene al mondo, si costruisce sotto la pressione congiunta dei suoi geni e del suo ambiente. Emerge progressivamente dall'inconsapevolezza per raggiungere la consapevolezza. Sviluppa poco a poco la propria visione del mondo, la sua "mitologia personale", attraverso la quale continuerà ad interpretare gli eventi di cui sarà testimone. La genetica determina le nostre caratteristiche fisiche di base e forse alcuni tratti del nostro carattere. I nostri geni portano in sé le specificità della nostra specie: ci rendono umani. L'educazione si trapianta su questi parametri e modella, in base a questi, la nostra visione del mondo. La nostra personalità, la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, sono condizionate dal nostro ambiente sociale, dalla relazione fra i nostri genitori (e fra loro e noi), dal sapere rilasciato a scuola e dai molteplici incontri che facciamo. La consapevolezza di sé è una forma di distanza rispetto a se stessi, agli altri e al mondo. Questa distanza ci illude perché ci porta a credere di essere liberi perché "separati".
Credere che la nostra separazione, la nostra distanza ci permetta di gestire completamente qualsiasi influenza è un'illusione: l'illusione del libero arbitrio. In realtà, siamo liberi in potenza perché possiamo pensare i nostri desideri e sognare la nostra onnipotenza, come dèi liberi da ogni condizionamento, nati da noi stessi e attraverso noi stessi. Tuttavia, non siamo liberi nelle azioni perché la nostra forma e le nostre scelte sono state, sono e saranno sempre una costrizione. Siamo dunque soltanto capaci di scegliere fra più opzioni quella che si rivelerà per noi la migliore? In ogni istante, all'interno come all'esterno di noi stessi, agiscono delle forze a nostra insaputa, modificando le nostre decisioni. La libertà, nel senso in cui la maggior parte della gente la intende, non esiste. Invece, la liberazione, quella sì, esiste: possiamo essere sempre più liberi. Dobbiamo imparare a essere più liberi per evolvere. Ogni motivazione è una volontà di evoluzione, una volontà di cambiamento positivo. Essere sempre più liberi, significa rendersi capaci di essere sempre più motivati per compiere ciò che ci sta a cuore.
Liberarsi progressivamente, ogni giorno di più, esige un atteggiamento specifico, in cui il trattamento delle informazioni provenienti dal nostro ambiente permetterà di accrescere la nostra gamma di reazioni di fronte ad un problema. La liberazione esiste, è l'aumento delle scelte possibili. Occorre, a questo punto della nostra riflessione, definire la nozione di informazione. Tutti i dati a cui abbiamo accesso, volontariamente o involontariamente, sono informazioni ad un'unica condizione: devono essere suscettibili di accrescere il nostro potere di decisione e di azione. Un'autentica informazione consiste in un dato o un insieme di dati che possiamo trattare per far evolvere un sistema, passare cioè da un'omeostasi chiusa ad un'omeostasi aperta, e quindi contrastare l'entropia. Solitamente, è con un'azione consapevole che integriamo dei dati per farne delle informazioni. Il grado di assimilazione dell'informazione dipende dal nostro ambiente, che ci fornisce informazioni autentiche e dati vuoti. Dipende anche dalla nostra capacità di apertura, dal nostro desiderio di lasciarci penetrare dai dati che possono essere considerati perturbanti, destabilizzanti. Più informazioni assimiliamo, più accresciamo la nostra libertà. La nostra riserva di risposte possibili di fronte ad una sollecitazione interna (problematica, depressione, malattia…) o esterna (professionale, sentimentale, politica…) aumenta. Il che ci rende potenzialmente capaci di dare una risposta adeguata, o addirittura perfettamente adatta con la situazione. Avremo a questo punto più possibilità  di avere successo, di adempiere un compito, di raggiungere un obiettivo. Ora, il successo nutre la motivazione e la motivazione porta al successo.
Il desiderio di essere più liberi è di ordine generale, inizialmente deve costituirsi senza uno scopo preciso altro che se stesso. La motivazione deriverà, in modo del tutto naturale, dai nuovi comportamenti e modi di pensare indotti dall'accrescimento della nostra libertà. Diventa chiaro per noi che la ricerca e il mantenimento di un atteggiamento aperto saranno la base sulla quale si costruirà un un equilibrio dinamico, un'omeostasi aperta.

b) atteggiamento aperto Evolvere consiste nella ricerca di un'apertura massima al sistema che, in quanto individui, costituiamo. Partendo dal fatto che nessun sistema può essere totalmente aperto e che, come abbiamo visto, nessun sistema può essere totalmente chiuso. L'atteggiamento aperto è un atteggiamento creativo che consiste a creare se stessi approfittando di ogni informazione disponibile. È una vera e propria strategia, un arte che richiede tanta intuizione quanto ragionamento. L'atteggiamento aperto è una disponibilità costante. Per evolvere (atteggiamento creativo), bisogna ricercare la differenza e la contraddizione piuttosto che la totale somiglianza a se stessi (che è sinonimo di resistenza al cambiamento). Si comprende facilmente che l'uomo è un sistema che deve rimanere materialmente aperto per sopravvivere, perché deve nutrirsi e respirare, quindi assimilare informazioni. Ma l'uomo non è materia associata ad una mente, è un corpo-mente, un'unità indissociabile. L'uomo vive in un mondo simbolico che fa sistema, lo si chiama cultura. L'uomo è quindi materialmente e spiritualmente soggetto all'entropia. Deve essere aperto di mente come apre i polmoni per farvi entrare l'aria. Evolvere, significa uscire dalla cultura grazia alla cultura. Il termine cultura comporta due accezioni: La prima è la panoplia di tutti gli elementi costitutivi di una società: tradizioni, modi di parlare, vestirsi, comportarsi, entrare in relazione… è l'atmosfera generale in cui è immerso ogni nuovo individuo venuto al mondo. La seconda è costituita da una riflessione sulla prima. Si tratta di prendere una distanza, di esercitare il proprio spirito critico, di mettere in dubbio l'intero mondo che vediamo. Questo mondo non è ovvio, è "relativo". "Coltivandosi", si guadagna autonomia, si diventa capaci di rigettare le false evidenze, le credenze erronee. Si capisce come e perché ogni vita, ogni sguardo sul mondo può e deve essere singolare. La cultura, in questo senso, è la creazione di un essere singolo. Ogni scoperta, ogni invenzione è il frutto di questo sguardo nuovo, prodotto dalla presa di distanza critica. La cultura non si riassume nella lettura di opere complesse, è un atteggiamento. In questo senso tutto può essere oggetto di cultura. Ogni pratica, effettuata esercitando il proprio spirito critico o tentando di farlo, è cultura. Se la riflessione permette di generare l'azione giusta, soltanto l'azione produce i cambiamenti. L'attività fisica è così un ottimo modo per approfondire se stessi se non si riduce ad un semplice divertimento ma è vista come un elemento destinato a conoscersi meglio. Evolvere significa tentare di capire e superare i nostri determinismi (la cultura in cui siamo immersi) prendendo una certa distanza (la cultura come atto consapevole). È assolutamente possibile lottare contro l'entropia facendo il minimo necessario. Dal momento che un sistema vivente non è mai completamente chiuso, si capisce che, finché siamo in vita, il sistema che rappresentiamo è sufficientemente aperto. Agiremo in questo caso alla ricerca di un'omeostasi "chiusa", una semplice conservazione di sé. Faremo del nostro meglio per non morire troppo presto. Consulteremo degli aiuti: medici, psicologi, psicotropi di tutti i tipi. Vivremo forse anche più a lungo di chi ha deciso di prendersi in mano, di essere responsabile della propria vita, di sposare la propria creazione con il caso e la necessità. Ma perché non conferire un prezzo alla propria vita lottando contro l'entropia in modo totale e consapevole, sviluppando l'atteggiamento aperto? Perché non provare ad essere in ogni momento pronto a ricevere ogni stimolo come qualcosa di costruttivo? Perché non ricercare questi stimoli, andare incontro ad essi? Quando si conoscono i benefici di un tale atteggiamento aperto, l'atto fondante della nostra evoluzione consisterà in questa problematica quotidiana. La cultura produce oggetti culturali. Più questi sono diversificati, più avremo accesso a informazioni diverse. Ogni sistema-individuo avente accesso a questa diversità potrà sperare di trovarvi di che arricchirsi e dunque lottare contro l'entropia neutralizzandola o ritardandola attraverso la perpetua apertura del sistema. Il nostro cervello può realizzare miliardi di connessioni diverse. Può quindi, in teoria, produrre idee nuove e dunque, altri modi di percepire la vita. Ma un sistema chiuso, o poco aperto (che non ha accesso per costrizione o per scelta ad una grande varietà di informazioni) gira a vuoto, dispone di troppo pochi elementi per veder sorgere nuove idee capaci di sconvolgere l'ordine stabilito e combattere l'entropia: manca di immaginazione… Un oggetto culturale ci propone allo stesso tempo nuove informazioni e nuovi programmi per trattare le informazioni. Ad esempio, quando leggiamo un romanzo, introduciamo in noi una descrizione del mondo (le informazioni) e un modo di descrivere il mondo (un programma - una mitologia - diverso dal nostro). Questo programma può sconvolgere la nostra mitologia personale affermandosi come diverso e valido. Più si scoprono altri programmi, praticando numerose attività, più si relativizza il proprio: diventa così più flessibile, più aperte. Evolviamo. Il sistema-individuo che rappresentiamo si arricchisce, si sviluppa. Questo si riflette sul sistema-coppia, evitandogli di soccombere all'entropia. Ad un livello superiore, l'effetto è visibile sulla famiglia e sulla società.

Conclusione Ogni essere umano è sensibile all'entropia e da essa condannato. Ogni essere umano cerca di lottare contro il disordine (interiore). Il primo atteggiamento consiste nel ricercare una stabilità fissa, il che segnala una resistenza al cambiamento troppo forte, un'omeostasi chiusa. Questo atteggiamento genera il fallimento, favorendo il ripiegamento su se stessi, l'isolamento, l'inseguire ad ogni costo la sicurezza, a scapito della realizzazione della persona. Il secondo atteggiamento consiste nella ricerca di un equilibrio dinamico o di un'omeostasi aperta. L'individuo favorisce la propria apertura al mondo ricercando ed accogliendo favorevolmente le nuove informazioni, discordanti e perturbanti. Si chiede continuamente in che modo un dato, qualunque sia la sua natura, possa diventare un'informazione. In questo è un'arte, la strategia suprema, quella di saper condurre la propria vita alimentandola in ogni momento. Si può considerare che una strategia efficace sia costituita da più elementi. Il primo: bisognerà consacrarsi all'elaborazione o all'applicazione di metodi in cui la sensazione di controllo sia predominante. L'omeostasi implica una resistenza al cambiamento, e quindi una limitazione o un'annichilazione della motivazione. L'applicazione di un metodo ben studiato permette di sviluppare la sensazione di controllo e dunque di far evolvere l'omeostasi, il che provoca una nascita o un aumento della motivazione. Era questo l'oggetto del nostro primo articolo. Il secondo: consiste nello sviluppo della propria capacità critica (o "presa di distanza critica") attraverso un atteggiamento nuovo: l'atteggiamento aperto. L'individuo si libera. Prende una distanza rispetto ai metodi, sviluppa più facilmente le proprie strategie, acquisisce le nozioni suscettibili di aiutarlo ad affinare tali strategie. L'atteggiamento aperto compensa la resistenza al cambiamento. Deve essere considerata come una strategia globale, che trascende ogni forma di attenzione. Il terzo: sarà l'oggetto del nostro prossimo articolo. Olivier Lafay Riferimenti bibliografici: Paul Watzlawick - Comment réussir à échouer [Come riuscire a fallire]- Le Seuil. Paul watzlawick - Les cheveux du Baron de Munchausen [I capelli del Barone di Munchausen] - Le Seuil. Pierre Karli - L’homme agressif [L'uomo aggressivo] - Odile Jacob. Paul Diel - La peur et l’angoisse [La paura e l'angoscia] - Payot. ps: testo protetto. Complemento аlla Parte II Un tema che rende certi lettori perplessi o curiosi: la libertà. - perché si dice che il libero arbitrio è un'illusione? - cosa si intende per libero in potenza? - dove si trova il limite tra liberazione e libertà?

 

IL MITO DELLA LIBERTÀ?

"libero è lo stato di colui che gode della libertà; libertà è una parola che il sogno umano alimenta, non esiste nessuno che la spieghi e nessuno che la comprenda…"
Tratto da L'isola dei fiori, cortometraggio di Jorge Furtado.

1) la genetica
Il genoma è un piano di costruzione della nostra persona nei suoi aspetti meccanici, in cui lo spirito è iscritto ma non necessario. Per meccanico si intende la nostra biologia di base, le regole che fondano la nostra umanità, nella sua realizzazione e nei suoi difetti. Questi piani possono infatti rivelarsi difettosi e generare malattie genetiche (mucoviscidosi), mostri (da rivedere a tal proposito Elephant Man di David Lynch) ma nonostante tutto, è sempre la forma umana che viene ricercata. Sono i nostri geni che implicano, indipendentemente da noi, che saremo un essere umano e non una scimmia o un castoro. Non abbiamo alcun potere, prima della nostra nascita o del nostro concepimento, su ciò che i nostri geni "vogliono fare di noi". Saremo alti o bassi, biondi o castani, con il mento quadrato o sfuggente, e con occhi dai colori più diversi. Se il nostro cuore è debole, dalla nascita, questo condizionerà la nostra vita. Se alcuni organi sono programmati per soffrire prima o poi di disfunzionamento, cresceremo ed invecchieremo con quegli organi. Il che si ripercuoterà sul nostro spirito, quindi sulla nostra mentalità. Questi esempi sono volutamente semplici perché l'influenza della genetica sullo sviluppo individuale della persona è molto più complesso e sfugge alla scienza, che ottiene soltanto piste imbrogliate, risposte frammentarie e discutibili. Le manipolazioni genetiche non rendono l'individuo più libero perché vengono necessariamente realizzate a monte, prima dell'emergere della consapevolezza della persona. In altre parole, sono altre persone che realizzeranno queste manipolazioni per noi, condizionando dunque, in parte, i piani destinati a fare di noi un essere umano singolare. E se potessero essere effettuate manipolazioni in età adulta, periodo in cui siamo consapevoli e capaci di richiederle (atto volontario), lo sarebbero su una base già determinata dal momento che determinati piani avrebbero già portato alla costruzione della nostra persona. Il nostro aspetto, ciò che saremo, che diremo, faremo, saranno necessariamente condizionati da una costruzione dipendente, prima ancora che della nostra nascita, di piani che ci sfuggono. Si può essere fieri di avere gli occhi azzurri, dal momento che non è assolutamente merito nostro?

2°) l'ambiente
È l'ambiente ad orientare il modo in cui i geni si esprimeranno. Se il piano iscritto nei geni determina la struttura della nostra persona, è l'ambiente che determina la forma che si svilupperà intorno e a partire da questa struttura. È nel dialogo permanente tra il determinismo genetico e il determinismo ambientale che si creerà la persona singolare (unica) che siamo. Prima ancora della nostra nascita, l'ambiente impone già le sue costrizioni e detta le sue leggi alla struttura genetica. Non abbiamo alcun potere sul nostro luogo di nascita, sulla scelta dei nostri genitori. E questo determina la nostra educazione, il nostro livello di vita, tutto ciò che, sin dall'inizio, condiziona il modo in cui la nostra umanità si costruirà; tutto ciò condiziona la nostra storia. Appena terminato il concepimento, l'ambiente agisce sul nostro sviluppo. Ciò che mangia nostra madre influenza il modo in cui i geni permetteranno la nostra costruzione. Si sa cosa non va ingerito durante la gravidanza per evitare malattie e malformazioni, ma si sa forse cosa bisogna mangiare per creare un essere perfetto? Ovviamente no, a parte il fatto che restano da definire i criteri che stabiliscono cosa sia la perfezione. Ciò che importa, è capire che i legami tra un tipo di alimentazione e un tipo di struttura di genetica tale da portare ad un preciso tipo di personalità sono impossibili da verificare. Nella pancia di nostra madre, molteplici fattori concorrono a far sì che la nostra persona si costruisca in un modo piuttosto che in un altro. I nostri genitori e i medici controllano ciò che possono, e noi subiamo. In questo senso, la clonazione della propria persona è utopico perché appena effettuato il tentativo di riprodurre la nostra struttura, la primissima "alimentazione", a livello microscopico, contribuirà già a fabbricare un altro da noi, così simile ma così diverso. La nostra storia inizia ben prima che ne siamo consapevoli e soprattutto ben prima che usciamo dal grembo di nostra madre. In seguito, sarà l'ambiente "esterno" a svolgere il ruolo di formatore della nostra unicità: l'affetto dei nostri genitori, il percorso scolastico, lo sguardo degli altri, le malattie e le rappresentazioni che ci facciamo di tutte queste sollecitazioni che ci costruiscono indipendentemente da noi. La genetica ha determinato la nostra struttura, il primissimo ambiente ha già iniziato la nostra formazione ed eccoci, bambini, che fabbrichiamo la nostra visione del mondo senza alcun controllo consapevole da parte nostra. Dove si trova, a questo punto della nostra riflessione, la libertà?

3°) la coscienza
L'avvento della coscienza e il suo sviluppo è strettamente connesso con la natura dell'ambiente. Se la genetica fornisce le strutture senza le quali nessuna coscienza può emergere, è l'interazione con i nostri simili che, da sola, può prodigare gli elementi necessari alla sua maturazione. Senza le influenze relazionali non c'è coscienza, o piuttosto c'è una coscienza che rimane allo stadio balbuziente. Basta far riferimento alle esperienze di bambini vissuti nei primi anni della loro vita allo stato selvaggio e che si è tentato di educare in seguito, senza successo (o con scarsissimo successo), per comprenderlo. Tarzan è soltanto un mito: non si può accedere da soli all'umanità, e certamente non se si è educati da degli animali. La coscienza ha bisogno del gruppo per emergere in modo soddisfacente. Si sviluppa attraverso l'avvicendarsi delle opposizioni. Prendiamo un neonato. Gli stimoli che si verificano intorno a lui, che lo riguardano direttamente o indirettamente, lo portano a fare delle distinzioni, a stabilire delle gerarchie. Acquisisce la consapevolezza di ciò che è caldo o freddo, di ciò che è gradevole o sgradevole, del proprio corpo. Distingue il contenuto dalla forma, e sempre a partire da ciò che gli si presenta. Realizza il proprio potere, scopre i propri limiti e la frustrazione che li accompagna. La coscienza è la capacità di crearsi delle rappresentazioni. Cioè immagini mentali il cui contenuto si riferisce ad una situazione, a degli oggetti, degli avvenimenti collegati con il mondo in cui viviamo. In altre parole, la nostra coscienza, con le molteplici rappresentazioni che la costituiscono, dipende strettamente dal modo in cui l'ambiente materiale e umano avranno favorito e stimolato il suo sviluppo. La nostra coscienza è condizionata e l' "io" che un giorno compare nella bocca del bambino , quel' "io", esiste a partire da ciò che ha costruito. Il bambino piccolo non dice "io", non è ancora capace di distinguere chiaramente se stesso dal mondo. Ma il giorno in cui dice "io decido di fare questo", non è consapevole del fatto che quell' "io" è composto da molteplici elementi che hanno determinato la sua storia. L' "io" è sempre collettivo, è una somma di stimoli diversi, accumulati nel corso del tempo e incorporati nella "sensazione di essere sé". Nel primo "io" detto dal bambino in cui appare la consapevolezza di essere un individuo, ci sono tutte le influenze che lo hanno costituito: i suoi genitori, i suoi insegnanti, la sua famiglia, i suoi compagni, i suoi giochi ecc. È proprio un "collettivo" che ha contribuito alla formazione di questo nuovo individuo e che parla attraverso la sua bocca. Amico lettore, una coscienza libera, è una coscienza libera di fare cosa?

4°) la separazione
Analizzeremo ora il tema della coscienza di sé e delle illusioni da essa generate. A questo punto della nostra riflessione, sappiamo di essere il frutto di una storia sulla quale non abbiamo avuto alcun potere, e che tuttavia ci rende quello che siamo. La nostra identità può riassumersi in un'accumulazione di ricordi la cui natura non ha nulla di oggettivo. A creare i ricordi sono infatti le rappresentazioni che facciamo degli stimoli ambientali. E ogni rappresentazione è soggettiva. Così, la nostra storia ci condiziona e le nostre rappresentazioni condizionano la nostra storia. La nostra identità si trova incastonata in questo ciclo, in cui la causa non viene più distinta dall'effetto. L' "io" esiste nella sensazione di permanenza del nostro essere, grazie alla capacità del nostro cervello di immagazzinare una storia che non ha nulla di reale ma è frutto di una costruzione. La nostra personalità è quindi al tempo stesso determinata e relativa. I nostri condizionamenti (i nostri stimoli) avrebbero potuto essere diversi, le nostre rappresentazioni avrebbero potuto essere diverse: noi siamo "una forma possibile" a partire da una struttura. Questa forma acquisisce la coscienza di se stessa attraverso il linguaggio, che migliora le nostre capacità di distinguere, paragonare, gerarchizzare, che ci permette di dare un nome alle cose. Distinguiamo a quel punto ciò che è "noi" da ciò che non lo è. Più si afferma la coscienza di sé, più si accentua la sensazione di essere separati dal mondo. Questa separazione è fittizia perché nonostante l'individuo sia un corpo separato dagli altri, non cessiamo per questo di essere il prodotto della nostra storia, non cessiamo di essere influenzati da ciò che ci si presenta, direttamente o indirettamente (alimentazione, politica, relazioni, ecc.). Nessuna decisione può quindi essere "libera". Si può considerare che la coscienza sia un'invenzione della natura che permette all'individuo di aumentare il numero di scelte possibile. La coscienza permette di imparare, di prendere una distanza e quindi di sopravvivere più facilmente. La coscienza di sé potrebbe essere la tappa superiore. È un potenziale che consente una gestione migliore dei propri interessi. L'individuo, accordando a se stesso un'importanza maggiore, percependo di più i propri bisogni, dovrebbe in teoria riuscire a trovare i mezzi di assicurarsi la propria conservazione. Ma la coscienza di sé è un prodotto recente dell'evoluzione e l'uomo, assorbito dalle sue lotte, non ha ancora fatto la cernita fra gli apporti di questa acquisizione e le illusioni da essa generate. Gestire meglio le influenze non significa controllarle in modo assoluto. Non si può non influenzare, non si può non essere influenzati. La nostra sensazione di essere un "io" separato dal mondo, dagli altri, ci dà però l'illusione di essere liberi (di poter gestire qualsiasi influenza). La libertà viene definita come la capacità di autodeterminarsi. A questo punto della nostra dimostrazione, questa definizione è forse ancora accettabile?

5°) la liberazione
Noi siamo liberi in potenza perché possiamo immaginarci diversi, possiamo immaginare tutto. La coscienza e l'immaginazione vanno di pari passo. Le nostre percezioni, passando attraverso il filtro della coscienza, possono essere trasformate in informazioni utili. Lo stesso dicasi delle nostre rappresentazioni. L'immaginazione permette di amplificare questi fenomeni allargando il terreno in cui questi possono verificarsi. L'immaginazione è però dipendente dalla nostra storia. Permettendo a quest'ultima di crescere, aumentiamo il nostro potenziale di riflessione e azione, e quindi aumentiamo la nostra scelta di risposte possibili di fronte agli stimoli della vita. Abbiamo finora dimostrato che non possiamo essere liberi: la libertà è un mito. Possiamo però essere più liberi. La liberazione quindi esiste, ma non la libertà. Il cammino che ha portato alla coscienza che abbiamo di noi stessi sfugge al nostro controllo. Il nostro presente sfugge al nostro controllo. Il nostro futuro sfugge al nostro controllo. È importante insistere sul fatto che, anche se avessimo, tutto di un colpo, il controllo assoluto su tutto (come degli dèi), prenderemmo comunque le decisioni in funzione di ciò che siamo diventati. Se volessimo rifare la nostra storia, la rifaremmo a partire dalle idee che ci siamo fatte su ciò che dovremmo essere, su ciò che avremmo dovuto essere. E questo dipende, necessariamente, dalla nostra storia. Ancora una volta, ricadiamo in un "ciclo" da cui è impossibile uscire. Primo esempio di liberazione: l'uomo, il torrente, i lupi, gli alberi. Immaginiamo un uomo preistorico che vive vicino ad un fiume impetuoso, impossibile da attraversare senza un ponte. Il luogo procura molte risorse a quest'uomo. Così, non intende trasferirsi, nonostante il branco di lupi che infestano la zona. Tuttavia, non disponendo di un riparo sicuro, è costretto a rimanere nei pressi di un albero caduto per traverso sul fiume, per poterlo attraversare rapidamente grazie a questo ponte naturale appena i lupi si avvicinano troppo. Questo riduce il suo campo di azione e lo indebolisce: ha un'unica scelta, rimanere vicino al ponte o rischiare di essere divorato. La selvaggina inizia a scarseggiare intorno a lui. Immaginiamo per un attimo che un altro albero cada per traverso sul fiume un po' più lontano. Il nostro uomo sarà più libero perché avrò due opzioni per raggiungere rapidamente l'altra sponda in caso di attacco. Immaginiamo ancora che scopra come costruire un ponte. Sarà ancora più libero perché potrà ormai mettersi in salvo quando vorrà, allargando il proprio campo di azione potendo cacciare su un territorio molto più ampio. Inoltre, avendo meno paura, la sua mente potrà consacrarsi ad altre occupazioni ed evolverà. È questa la liberazione, è l'aumento delle scelte possibili. L'uomo resterà un uomo, fragile e determinato, ma la sua vita sarà diventata più confortevole. Sostituiamo l'attacco dei lupi con qualsiasi dei problemi che ci sollecitano e capiremo la metafora: allargare il nostro campo di azione, immagazzinare più soluzioni (più sapere) dentro di sé. Secondo esempio di liberazione: la metafora del ciclista. Come abbiamo visto, non possiamo pensarci che a partire da noi stessi, e questo "noi stessi" è condizionato da più fattori. Non possiamo quindi distaccarci da noi stessi per ricrearci. Per farlo, per ottenere una distanza totale rispetto a se stessi, dovremmo essere un altro. Non possiamo uscire da noi stessi: è impossibile scendere dalla bicicletta per guardarsi pedalare. Tuttavia, si ci registriamo, in un video, potremo guardarci e migliorare il proprio stile, la propria tecnica. Saremo quindi più liberi perché anzi che un'unica scelta (l'atteggiamento adottato "naturalmente"), potremo crearne altri. Nonostante tutto, saremo sempre separati dalle nostre sensazione. Ci saranno l' "io" che agisce e  l' "io" che si guarda agire. La coincidenza tra i due è impossibile. Così, la liberazione, è poter fare di più. Liberarsi, essere più liberi, significa agire perché le cose ci sfuggano di meno, per avere più soluzioni da proporre alle sfide della vita. È soltanto questo ma è tanto. In termini di qualità e piacere di vita è meglio essere un uomo "dalle soluzioni multiple", che un uomo sempre condannato a riprodurre le stesse azioni qualunque siano le sollecitazioni.

Conclusione: l'atteggiamento aperto
Proponiamo al lettore di rileggere, dopo questa conclusione, il 2b dell'articolo intitolato "Strategia della motivazione, lottare contro l'entropia". Poiché esiste soltanto la liberazione e poiché questa dipende dal nostro ambiente (è dall'ambiente che attingiamo gli elementi necessari per l'aumento della nostra riserva di "risposte possibili"), bisogna allora adottare come principio primo la diversificazione delle nostre attività per moltiplicare le fonti delle nostre conoscenze. Non si possono però moltiplicare le attività all'infinito: il corpo non lo sopporterebbe, la mente farebbe confusione dal momento che deve ogni volta trasformare i dati ambientali in informazioni pertinenti. È per questo motivo che la lettura rimane un dei modi principali per rendersi più liberi: richiede pochi sforzi fisici e permette di acquisire, comodamente, un numero importante di informazioni. Se tenete conto della dimostrazione proposta in questo articolo, disporrete allora di uno strumento capace di aumentare la vostra "riserva di risposte". E questo cambiamento sarà il frutto di un'influenza, di un determinismo: sarete più liberi grazie ad un apporto esterno. Da qui il motto dell'autore: "Non sono libero di cambiare me stesso da solo. È l'altro che mi aiuta a cambiare".

Ulteriori sviluppi: Da vedere: ELEPHANT MAN, un film che ci porta a riflettere sulle nozioni di "determinismo e forma corporea". È l'altro che ci libera… MEMENTO, un thriller estremamente intelligente che parla essenzialmente dei rapporti tra memoria, identità, coscienza di sé e libertà. Il protagonista vede la sua "riserva di risposte possibili" diminuire come la pelle di zigrino del romanzo di Balzac. 1984, il film. Da leggere o rileggere: 1984 di George Orwell.
Un libro magistrale. Come realizzarsi in una società in cui le scelte di ogni individuo sono limitate al minimo vitale?